La polizia postale: “Il Blue Whale non è un gioco, ma un percorso pericoloso”

Per fare chiarezza, abbiamo intervistato Carlo Solimene, direttore della divisione investigativa della Polizia postale, che in prima linea è impegnata a contrastare questo fenomeno

di Michele Ardengo

Sul Blue Whale, rinominato erroneamente “gioco” del suicidio, si sono spese pagine di giornali, servizi televisivi, reportage e approfondimenti, oltre alle inevitabili polemiche da social network, tra sentito dire, leggende metropolitane e bufale create ad hoc.

Ed è proprio sulla veridicità del fenomeno che è opportuno far luce, per fugare ogni dubbio sull’esistenza di un meccanismo psicologico pericoloso per i giovani più deboli.
Gli episodi di autolesionismo esistevano già prima del Blue Whale e nulla ci lascia pensare che non continueranno ad esistere anche quando i riflettori su questo perverso fenomeno si spegneranno. Stessa cosa per i casi di suicidio, estrema conseguenza di questa minaccia che aleggia in un limbo tra leggenda metropolitana e macabro gioco online. Per fare chiarezza, abbiamo intervistato Carlo Solimene, direttore della divisione investigativa della Polizia postale, che in prima linea è impegnata a contrastare questo fenomeno.

Che cosa è il Blue Whale?

“Senz’altro non è un gioco, di gioco non ha nulla. Il Blue Whale è una situazione conosciuta da qualche anno; proviene da alcune attività sul web che arrivano dalla Russia, poi arrivate in Bulgaria, e dunque in Francia, Italia e Spagna. È un percorso di grande pericolosità che adolescenti o magari maggiorenni propongono ai loro coetanei, nella speranza che costoro ci caschino. Viene spacciato come percorso di bravura e di crescita, che porta a vincere delle prove e assurgere a posizione di leader e coordinatore”.

Come si cade in questo vortice?

“Non abbiamo regole di ingaggio di questo percorso di pericolosità. In Italia abbiamo la rimodulazione di regole che hanno viaggiato sul web e che fondamentalmente sono state raccolte da alcuni tutor, leader o coordinatori, che le hanno ridenominate nel nostro Paese. Per cui noi abbiamo o gruppi di messaggistica digitale veloce, attraverso i quali vengono poi implementati fra gli adolescenti, oppure, in maniera reale, magari conoscendosi a scuola, in u campo di calcio, in una palestra, e vengono poi riportare agli altri adolescenti”.

Quali sono i sintomi di una persona che è entrata a far parte di questo percorso pericoloso?

“Il minimo comune denominatore del Blue Whale, di questo percorso di pericolosità, è senz’altro l’idea di cambiare i ritmi sonno/veglia, quella di fare arrivare i nostri adolescenti a fenomeni di depressione e l’omertà, cioè non dichiarare quello che sta accadendo a genitori e amici che non fanno parte di questo gruppo finalizzato al percorso di pericolosità. Dopo dieci anni di incontri fatti nelle scuole o magari attraverso la vita da social che portiamo avanti in tutto il nostro Paese, e grazie anche alla collaborazione del Miur, possiamo dire che abbiamo una bella rete di protezione dei nostri adolescenti. I precursori sono i primi segnali che i ragazzi possono manifestare e ci devono far drizzare le orecchie. È chiaro che se vediamo che un nostro adolescente ha magari segni di autolesionismo, forti depressioni o conduce attività per le quali si è allontano al gruppo di amici, dai parenti e dai genitori, non vuol dire che siamo già in questo percorso di pericolosità, ma è certamente un campanello d’allarme”.

fonte: Il Giornale.it

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