“Lo spazio del nostro territorio”: nasce una nuova rubrica su RadioGiornale

Da oggi sulle frequenze di RG una nuova rubrica, curata dall'architetto martano Francesco Moretti, che cercherà di darci un'immagine diversa dei luoghi della Tuscia in cui siamo cresciuti. Luoghi caratterizzati da piccoli borghi e paesini arroccati su blocchi tufacei

Galleria delle carte geografiche
La Galleria delle carte geografiche in Vaticano

“Hervé Joncour partì con ottantamila franchi in oro e i nomi di tre uomini, procuratigli da Baldabiou: un cinese, un olandese e un giapponese. Varcò il confine vicino a Metz, attraversò il Württemberg e la Baviera, entrò in Austria, raggiunse in treno Vienna e Budapest per poi proseguire fino a Kiev. Percorse a cavallo duemila chilometri di steppa russa, superò gli Urali, entrò in Siberia, viaggiò per quaranta giorni fino a raggiungere il lago Bajkal, che la gente del luogo chiamava: mare. Ridiscese il corso del fiume Amur, costeggiando il confine cinese fino all’Oceano, e quando arrivò all’Oceano si fermò nel porto di Sabirk per undici giorni, finché una nave di contrabbandieri olandesi non lo portò a Capo Teraya, sulla costa ovest del Giappone. A piedi, percorrendo strade secondarie, attraversò le province di Ishikawa, Toyama, Niigata, entrò in quella di Fukushima e raggiunse la città di Shirakawa, la aggirò sul lato est, aspettò due giorni un uomo vestito di nero che lo bendò e lo portò in un villaggio sulle colline dove trascorse una notte e il mattino dopo trattò l’acquisto delle uova con un uomo che non parlava e che aveva il volto coperto da un velo di seta. Nera. Al tramonto nascose le uova tra i bagagli, voltò le spalle al Giappone, e si accinse a prendere la via del ritorno.” 

L’itinerario riportato sopra è quello che Hervè Jancour, protagonista del romanzo “Seta” di Alessandro Baricco, intraprende per arrivare in Giappone, e sarebbe stato proprio questo il percorso che duecento anni fa un qualsiasi viaggiatore avrebbe dovuto percorrere per recarsi in estremo oriente.

Oggi il nostro Hervé Joncour avrebbe sicuramente vita più facile in quanto potrebbe tranquillamente commerciare i suoi bachi da seta con il Giappone comodamente seduto sul divano di casa. Negli ultimi cinquanta anni il mondo si è in un certo senso “rimpicciolito”, grazie a quel fenomeno noto ai più con il termine di “globalizzazione”. Un sistema, quello del mondo globalizzato, che sembra presentare in teoria solo vantaggi ma che nasconde in maniera implicita un paradosso fondamentale che sta nel fatto che, fisicamente, il mondo non si è rimpicciolito ma è sempre rimasto lo stesso! Spento il computer, l’uomo torna a confrontarsi con il territorio che lo circonda.

Un territorio fatto di elementi naturali e artificiali, caratterizzato da luoghi impervi e ostili e da posti nei quali invece la civiltà ha progredito per millenni.

Un territorio nel quale l’uomo si è ricavato i suoi “spazi” in un continuo confronto con quelli che sono i caratteri ambientali, geografici e morfologici del luogo.

Un territorio che, per Papa Gregorio XIII, era così importante che lo fece raffigurare nei palazzi Vaticani con estrema precisione nella cosiddetta “Galleria delle carte geografiche”, che non è altro che un’eccezionale rappresentazione di tutte le regioni d’Italia e delle isole vicine con le principali città, fatta con lo scopo di avere una sorta di grande atlante conoscitivo di quello che era il territorio pontificio e più in generale della penisola.

La rubrica di RG “Lo spazio del nostro territorio” riguarderà il contesto della Tuscia viterbese e nasce con l’intento di promuovere quel territorio che, oggi più che mai, ha bisogno di essere riscoperto e di ritrovare il giusto “spazio” all’interno della nostra quotidianità. Del resto nella Tuscia ogni luogo si mostra inesauribile, e ogni borgo, anche quello più modesto, può essere occasione per fare un approfondimento, perché anche il più piccolo dettaglio nasconde una storia da raccontare.

Una storia che si pone in un contesto contemporaneo che pian piano vede sparire quelle che sono le testimonianze della civiltà rurale e contadina fatte di osterie, locande, fienili e paesaggi bucolici. Giustamente cambiano le esigenze e da fruitori della contemporaneità non possiamo che accogliere con curiosità ed interesse tutto ciò che è nuovo (anche se non sempre la novità è garanzia di miglioramento).

Tuttavia, chi scrive, crede che l’indagine delle varie relazioni e configurazioni tra spazio, territorio, ambiente, paesaggio e relativi contesti, sia strumento essenziale per poter decifrare al meglio quel fenomeno “globale” che senza una comprensione del “locale” e di quelle che sono le “radici”, rimane lontano dalla vita reale che tutti noi ogni giorno affrontiamo.

Ecco il quid della rubrica che si occuperà quindi di quella che è l’immagine dei luoghi in cui cresciamo, viviamo ed invecchiamo, caratterizzati da piccoli borghi e paesini arroccati su blocchi tufacei. Tratteremo poi di architetture mirabili e di magnifiche infrastrutture concepite dall’uomo secoli fa ma che sorprendono ancora oggi per la loro stupefacente modernità.

Sarà infine dato spazio all’urbanistica e alla questione del governo del territorio che necessita di un vero e proprio progetto su grande scala, libero da interessi politici e capace – per quanto possibile – di limitare danni e tragedie in seguito a sismi o ad altre calamità naturali.

Anche se in piccolo e con le dovute proporzioni, questa nuova rubrica di RG cercherà non solo di dare risposte ma soprattutto proverà a far scaturire nel lettore quelle “domande giuste” che innescano i meccanismi che sono stati fondamentali nello sviluppo della nostra civiltà.

per RG, Francesco Moretti

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