Denuncia per stalking? Ripara pagando in comode rate

di Emanuela Dei

A pochi giorni dal femminicidio di Ester Pasqualoni, uccisa da uno stalker, il Parlamento, lo scorso 14 giugno, vota a maggioranza un emendamento che inserisce un nuovo articolo del Codice Penale, l’articolo 162 ter c.p., che prevede la possibilità di estinguere i reati procedibili a querela di parte, con l’offerta di un risarcimento alla vittima. La somma pattuita potrà essere pagata in comode rate. Sarà il giudice a decidere se il risarcimento sarà congruo perché la vittima non avrà diritto di parola e non potrà scegliere se accettare o rifiutare “la riparazione”.

Tra queste fattispecie rientrano anche le ipotesi di stalking non aggravato – che prevede una remissione della querela  all’interno del processo – affidando nuovamente alla discrezionalità del giudice una decisione che deve spettare unicamente alla donna, privandola in questo modo della facoltà di rifiutare un risarcimento, che può ritenere offensivo o può semplicemente non volere, subendo l’esito di un processo che le nega ancora centralità.

Il Coordinamento regionale Di.Re Lazio, di cui fa parte l’associazione Erinna di Viterbo, dichiara che: “Non sono ammissibili “sviste” sulla pelle delle donne!” e che, “Secondo la direttiva sui diritti delle vittime del reato 2012/29/UE, ogni forma di riparazione del danno deve essere definita a partire dagli interessi e dalle esigenze della vittima e deve tenere conto di fattori come la natura e la gravità del reato, il livello del trauma causato, la violazione ripetuta dell’integrità fisica, sessuale o psicologica, gli squilibri di potere.

Sin dalla sentenza Opuz c. Turchia del 2009 la Corte europea dei diritti umani ha chiarito che l’estinzione di reati che integrano violenza di genere attraverso pagamento di somme di denaro alimenta la percezione di impunità ed espone le donne ad ulteriori e più gravi violenze.”

Il Ministro della Giustizia Orlando il 30 giugno, ammette l’errore e dichiara: “Correggeremo la norma sullo stalking.” Introdurre norme che depotenziano il ruolo delle persone offese (sopratutto donne) nei processi penali, si traduce, sempre, in una limitazione dei loro diritti.

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