Un’immagine della città bramantesca nel cortile della Rocca di Viterbo

Con il progetto per il cortile della Rocca di Viterbo, Bramante conferma quei “concetti urbani” già sperimentati nel Belvedere Vaticano in Roma che faranno poi da modello ad altre importanti opere del Rinascimento

bramante
Particolare della “Scuola di Atene” di Raffaello con Euclide ritratto attraverso le sembianze di Donato Bramante (Vaticano, Stanza della Segnatura, 1508-1511)

di Francesco Moretti

Molti conoscono l’affresco di Raffaello “La scuola di Atene”, ma pochi sanno che il pittore urbinate, per rappresentare il filosofo Euclide, utilizzò come modello la silhouette del grande architetto Donato Bramante.

Chi all’inizio del XVI secolo si trovava a passare per Viterbo, probabilmente può aver avuto la fortuna di vedere dal vivo una scena, quantomeno simile, a quella sopra descritta. L’immagine dell’uomo canuto, ma ancora forte nel fisico, che con un compasso spiega ai suoi discepoli le regole della geometria è emblematica e, di rimando, ci fa intuire quanto Bramante, come Euclide per la geometria, sia stato importante per l’architettura.

Infatti, è proprio nella città più importante e grande della Tuscia che Bramante nel 1506 è incaricato della sistemazione del cortile della Rocca di Viterbo (oggi sede del Museo Nazionale Etrusco Rocca Albornoz).

Qui Donato Bramante, dovendo operare all’interno di un edificio medievale esistente, immagina uno spazio di forma rettangolare con l’ingresso posizionato su uno dei lati lunghi.

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Assonometria del progetto per il cortile della Rocca di Viterbo (da: A. Bruschi, Bramante, Roma-Bari 1985)

Sui lati corti posiziona invece due porticati a quattro campate, il cui partito con uno dei pilastri in asse, impedisce all’occhio del visitatore di fermarsi sulle strutture laterali pensate, come nel Belvedere vaticano, simili a delle quinte urbane.

La presenza delle quinte laterali e della forte assialità sottolineata dalla fontana e dalla torre posta a conclusione dell’asse visivo, secondo storici come Arnaldo Bruschi, oltre a denunciare un forte interesse per la “questione urbana”, fanno di quest’opera, che purtroppo ci giunge incompleta, una prefigurazione di quello che è lo schema della piazza del Campidoglio in Roma di Michelangelo. Grazie a questo geniale escamotage, Bramante riesce ad indirizzare l’occhio del fruitore verso lo “spettacolo” che si svolge lungo l’asse centrale che, per chi guarda dall’ingresso, è marcato da una elegante fontana posta al centro del cortile e da una struttura terminale mai realizzata, sulla quale avrebbe dovuto troneggiare una torre esistente, opportunamente ristrutturata.

Il progetto per il cortile di Viterbo, vista anche la sua importanza storiografica, è testimone quindi di un ideale di città connotato da una modernità disarmante che, negando il valore autonomo del singolo oggetto architettonico, opta per una rappresentazione dello spazio globale che si racconta attraverso la sovrapposizione e la giustapposizione di tutti quegli elementi naturali e artificiali (ma anche fisici ed ideali) che concorrono a definire il vivere dell’uomo.

Una modernità che spesso noi moderni non riusciamo ad emulare ma che forse può rappresentare per il nostro territorio e per le nostre città un punto di partenza da cui poter ricominciare.


Sotto: due immagini del Cortile della Rocca di Viterbo


Tratto dalla rubrica “Lo spazio del nostro territorio” by RG

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