Santa Maria di Montedoro a Montefiascone: una incompiuta d’autore nel cuore della Tuscia

Il progetto di Antonio da Sangallo il Giovane prevedeva in realtà una più grande struttura che, oltre alla chiesa, avrebbe ospitato anche un convento che si sarebbe posto come un intervento di importante rilievo urbanistico e paesaggistico

di Francesco Moretti

Nella provincia di Viterbo, ai margini del centro abitato di Montefiascone, lungo la strada provinciale Verentana che porta a Marta, è possibile ammirare la chiesa di Santa Maria di Montedoro.

Il suo progettista, Antonio da Sangallo il Giovane, annotava in uno dei suoi schizzi che questa sarebbe dovuta sorgere «fra lecci faggi lauri e ginepri dove corron le golpe lupi e lepri».

Oggi, questo contesto rurale è rimasto quasi invariato, ma rimane ben poco dell’originale idea sangallesca, sia perché gran parte del progetto non è stato realizzato, sia perché ciò che è stato costruito differisce in larga misura dalle intenzioni progettuali del Sangallo.

La storiografia ha abbondantemente spiegato le varie vicissitudini che hanno portato a questo declassamento progettuale, che sono in gran parte da attribuire al contesto storico e sociale in cui l’opera viene eseguita. La prima metà del XVI secolo è caratterizzata infatti da gravi crisi sociali ed economiche causate perlopiù da guerre e malattie. Non sorprende perciò apprendere che è proprio in seguito ad un tragico evento che viene commissionata la chiesa di Montedoro.

Il progetto vede infatti i suoi natali in seguito all’attuazione di un voto fatto dalla cittadinanza alla Vergine di Montedoro che aveva liberato Montefiascone dalla peste del 1523. Per quanto riguarda la committenza è possibile invece evidenziare ben due ipotesi.

La prima vede i committenti all’interno della famiglia Farnese che, nella persona del Cardinale Alessandro Farnese, Vescovo di Montefiascone e futuro Papa Paolo III, avrebbe incaricato il Sangallo della redazione di un progetto per una chiesa e un convento.

La seconda ipotizza come committenza i Santesi che avrebbero messo a disposizione una cospicua somma di denaro per la costruzione della chiesa e sarebbe connessa alla volontà della cittadinanza di dar attuazione al voto fatto alla Vergine.

Tra il 1523 e il 1526, Sangallo predispone i primi elaborati progettuali che consistevano nel progetto di un convento e di una chiesa di forma ottagona (più bassa di 30 palmi rispetto a tutto il complesso) che si sarebbe andata ad adagiare sulla parte terminale del complesso e che avrebbe custodito l’immagine della Vergine di Montedoro.

Plastico di studio che ricostruisce l’originale idea progettuale del Sangallo per la chiesa di Santa Maria di Montedoro (ubicato presso il Museo dell’Architettura di Antonio da Sangallo il Giovane a Montefiascone)

Negli anni però la costruzione viene gradualmente abbandonata a causa della discesa in Italia dei lanzichenecchi che, al soldo dell’Imperatore Carlo V d’Asburgo, nel 1527, daranno attuazione al Sacco di Roma.

Nel 1533, il progetto subisce un forte ridimensionamento dato che non prevede più la realizzazione del convento ma solo della chiesa. Nonostante ciò i lavori procedono comunque a rilento a causa della scarsità delle risorse finanziare tanto che, nel 1537, Papa Paolo III Farnese concede al comune di Montefiascone il giuspatronato sulla chiesa di Santa Maria di Montedoro. Sempre nello stesso anno, l’appalto di tutte le costruzioni viene affidato a Bartolomeo Ambrosino di Roma, con lo scopo di terminare la fabbrica sulla base delle fondazioni già eseguite.

La costruzione viene infine affidata alle maestranze del luogo che non riescono ad attenersi con precisione alle direttive progettuali tanto che, nel 1548, sotto la guida di Pietro Tartarino, concludono l’opera con la costruzione della calotta interna in mattoni e dell’ancora visibile tetto ottagono non previsto in sede progettuale.

Qui si conclude la travagliata costruzione della chiesa di Montedoro che, come è possibile notare, risente molto del turbolento periodo storico in cui è stata concepita, rispecchiando, con la sua non completa attuazione, la grave crisi sociale ed economica che per certi versi non può non richiamare quella che oggi attanaglia i nostri territori e che ridimensiona i progetti quotidiani di ognuno di noi.

Chi scrive ricorda però che, proprio durante la summenzionata crisi che attanagliava l’Italia a cavallo tra il ‘400 e il ‘500, ha avuto modo di svilupparsi ed avere linfa vitale uno dei più floridi periodi culturali che l’umanità abbia mai avuto e che è noto ai più come “Rinascimento italiano”.


Tratto dalla rubrica “Lo spazio del nostro territorio” by RG

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