Una “bomba” chimica al lago di Vico

La Chemical City del lago di Vico, uno dei più grandi bunker fascisti per la produzione di armi chimiche si trova proprio in provincia di Viterbo. La sua storia è ancora avvolta dal mistero. La scoprirono gli inglesi negli anni ’40. Poi il silenzio. Oggi la bonifica. E non è la prima volta che avviene

LA ZONA DELLA CHEMICAL CITY DEL LAGO DI VICO
La zona della Chemical City del lago di Vico

di Daniele Camilli e Daniele Piovino

Chemical City lago di Vico, non una “semplice” zona militare in condizioni d’abbandono, ma durante l’ultimo conflitto mondiale un “impianto per la produzione e il deposito di ordigni a caricamento speciale”. Un “Magazzino Materiali di Difesa NBC”…acronimo della triade Nucleare, Batteriologico, Chimico. Un bunker dove il fascismo produceva armi chimiche per sterminare il nemico. Al lago di Vico, in provincia di Viterbo, a pochi passi dalla costa e dalla Riserva Naturale istituita nel 1982.

Chemical city”, come la definì l’intelligence britannica quando la scoprì all’inizio degli anni ’40. Una “zona” smantellata solo dopo la caduta del Muro di Berlino. Ma un alone di mistero avvolge ancora la sua storia. E la prima bonifica, realizzata tra il 1995 e il 2000 – nome in codice “Coscienza pulita” – non è bastata. Tant’è vero che un documento del Centro Tecnico Logistico Interforze NBC, datato marzo 2010, testimonia ancora “la presenza di masse metalliche e non metalliche” in diversi punti del sito, e in un “paio di campioni di terreno” è stata riscontrata anche “la presenza di livelli di arsenico superiori ai valori di Concentrazione Soglia di Contaminazione”. Necessaria dunque, come riconosciuto dalla stessa Amministrazione della Difesa, una procedura di “caratterizzazione e bonifica” avviata nell’ottobre 2012 e per la quale sono stati stanziati circa un milione e trecentomila euro.

La Chemical City balzò agli onori della cronaca nel gennaio del 1996, quando – durante le operazioni di bonifica – “una nube di fosgene è scappata via e ha raggiunto la strada, aggredendo un ciclista. Inizialmente – spiega Gianluca Di Feo nel libro “Veleni di Stato” – nessuno sapeva cosa avesse orribilmente colpito il malcapitato, provocandogli gravi danni ai polmoni, ma dopo alcuni giorni un ufficiale si è presentato in ospedale: ‘Forse possiamo spiegarvi…’. Quell’uomo è l’ultima vittima europea delle armi chimiche, che ottant’anni dopo la loro invenzione continuavano ad attaccare”. Fu allora che si scoprì, grazie anche al lavoro di Legambiente e del Comitato Nazionale Bonifica Armi Chimiche, che l’esercito aveva messo da parte nel bunker del lago di Vico “almeno 150 tonnellate di iprite del modello più micidiale, mescolata con arsenico. In più c’erano oltre mille tonnellate di admsite, un gas potentissimo ma non letale usato contro le dimostrazioni di piazza. E oltre 40 mila proiettili di tutti i calibri”.

Dal terreno sono poi sbucate “60 cisterne di fosgene assassino, ciascuna lunga quattro metri; tutte in pessime condizioni, con evidenti lesioni e tracce di ruggine. Senza dire niente alla popolazione, dalla fine del 1995 si è cominciato a svuotarle sul posto: il liquido assassino veniva pompato dalle ogive e trasferito in nuovi bidoni”. Infine, per neutralizzare il tutto “gli ingegneri con le stellette hanno creato un impianto modello che frantuma le molecole e poi imprigiona le scorie velenose in cilindri di cemento”.

Tratto dall’inchiesta Chemical City del numero TREDICI di RadioGiornale (free)

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